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Affluenza al Penzo, dati in aumento ma si può fare di più. Serve un marketing territoriale e identitario. Un commento di Carlo Rubini

Carlo Rubini, direttore editoriale di www.veneziaunited.com, commenta i dati del pubblico al Penzo. Il nostro direttore editoriale si interroga sulla sfida che dovrà affontare il club presieduto da Joe Tacopina se vorrà incrementare ulteriormente l’affuenza di spettatori. Sfida che l’avvocato newyorkese, e con lui la società ed i tifosi potranno vincere se saranno capaci di fare squadra e lavorare con e sul territorio per la crescita della partecipazione attiva e virtuosa della comunità tutta. Sfida che segnerà, molto di più dei grandi progetti di respiro globale, il futuro dei colori arancioneroverdi:

Recentemente sono stati comunicati i dati sull’affluenza del pubblico al Penzo nella stagione che si sta concludendo. Si tratta di una media di otre 3000 spettatori a partita.

Pochi? Tanti?

L’articolo di giornale che riportava questi dati riferiva tra le altre cose che forse la società si aspettava un numero più alto di spettatori. Io non credo invece che la società si potesse aspettare dati ancora migliori di questi, che stracciano in un annata tutti i dati degli ultimi campionati, serie B inclusa e che raddoppiano quelli dell’anno scorso che già si avvalevano dell’entusiasmo della nuova gestione. Una società ambiziosa che rifonda un progetto ambizioso deve essere sempre molto realista e sicuramente l’attuale Venezia lo è, se è vero che con realismo e avvedutezza ha realizzato il doppio salto di categoria.

E il realismo ci dice che, dopo la sequela di vicende e di umiliazioni cocenti che questa piazza ha subito, con due fallimenti in pochi anni, era inimmaginabile in poco tempo avere ancora più gente allo stadio.

Altra considerazione realistica è quella che si deve basare sulla conoscenza approfondita della città e del territorio in cui si opera: città difficile, disarticolata in pezzi, con un’identità plurale che, come ben si sa, si riflette anche sull’identità della squadra, che resta sempre qualcosa di indefinito e vago, un’identità ancora pur sempre ibrida nonostante tutto e che contribuisce a far da freno quantomeno per una parte dei potenziali spettatori; una città distratta da un’offerta rilevante di iniziative e molte di qualità.

Far muovere la gente per l’Albinoleffe o per il Lumezzane qui è obiettivamente più difficile ed avere il prossimo anno il Brescia o il Palermo sarà già una cosa molto diversa. Mettiamoci poi pure il fatto che la collocazione del Penzo non facilita certo le presenze di chi viene da lontano, anche se questo non può diventare un alibi visto che la società e il Comune assieme all’ACTV possono, se solo si mettono d’impegno, “ridurre il danno” fin quasi annullandolo, con un intelligente piano di trasporti dedicati alla gara; e nella certa prospettiva di altre lunghe annate al Penzo in attesa del sospirato nuovo stadio “ridurre il danno” con i trasporti diventa quasi un obbligo.

In ogni caso chi fa i calcoli dei numeri per valutarli non può non tener conto di tutto il “combinato disposto” derivato dalla composizione di questi elementi oggettivi. Il confronto stesso con i numeri seguiti all’ultima promozione in B, quella di Cesena per capirci, risulterebbe fuorviante. Anche pensando alla collocazione del Penzo e alla città storica che comunque resta al momento attuale il bacino più prossimo allo stadio, va ricordato che nel ’91 in città storica c’erano almeno 20.000 residenti in più…

Ecco perché questa è una piazza che va ricostituita senza fretta, gradualmente, apprezzando invece i progressi dei numeri degli spettatori e vedendo sicuramente il bicchiere mezzo pieno della progressione negli ultimi due anni.

Siccome è inimmaginabile un triplo salto di categoria, un anno di transizione in B può diventare appunto interessante per rafforzare l’affezione ai colori e consolidare i numeri. Anche se va detto che è un anno di transizione delicato, perché se delude troppo con una classifica da anonimato siamo al punto daccapo e il contraccolpo può vanificare gli sforzi. Ci vorrebbe insomma un campionato ambizioso e intrigante, di qualità nel gioco e poi vada come vada. Ma se risulterà percepita così, come una premessa concreta di lotta al vertice l’anno successivo, beh allora l’ulteriore crescita e l’affezione maggiore sono realmente possibili.

L’affezione e la crescita attorno alla squadra necessita però di un salto qualitativo del profilo antropologico di chi segue il calcio come sostenitore. A Venezia e nella provincia l’abitudine a non avere squadre al vertice negli ultimi decenni, ma si potrebbe dire da sempre – anche la serie A, salvo la pausa del periodo bellico, non è mai stata di vertice – ha portato la grande maggioranza dei calciofili ad essere sostenitori soprattutto della triade intermilanjuve, in molti casi solo della triade (e con relativo disinteresse totale per la squadra di casa) e in molti altri casi con la doppia appartenenza, con il Venezia come seconda squadra, che è ancora peggio.

E’ questa peraltro una tipica situazione provinciale del mondo calciofilo, nulla di nuovo, a Brindisi come a Cuneo ci sarà la stessa situazione; mentre come ben si sa nelle grandi piazze metropolitane (ma direi anche in piazze medie come Verona o Parma o Udine o Bergamo o Cagliari) si è sostenitori solo e soltanto di una bandiera e di una maglia, solitamente quella di casa, senza doppie appartenenze, con la sola variante della doppia scelta nel caso ci siano due squadre in una stessa piazza.

Ebbene siccome l’ambizione è quella di diventare grandi e adulti, far operare il cambio di mentalità verso il modello delle grandi piazze (e Venezia può esserlo) può realmente costituire un passaggio di scala e di maturità, con relativo incremento nei numeri di spettatori. Tutto il lavoro di consolidamento societario che si sta portando avanti (settore giovanile, merchandising, strutture complementari etc.) mi pare si muova in questa direzione e non potrà che contribuire in positivo.

Ma di pari passo va intrapresa una decisa azione per ri-affermare una forte identità nell’ambito della tifoseria che nel corso di questi ultimi anni ha perso molto del suo radicamento e della sua personalità. Senza questa azione c’è il concreto rischio che l’adesione e la partecipazione poi si fermi al solo spettacolo, alla sola dimensione di cliente/spettatore privandola della passione vera e della sua anima più profonda, lasciando che continuino a scorrazzare distinzioni sulle radici, sui colori, sulla denominazione e così via goldonianamente discettando.

Perchè c’è da chiedersi se non ci sia l’occasione per Venezia di andare verso una logica di partecipazione all’evento calcistico che rivaluti modalità del passato che possono venir buone per il futuro.

Fino agli anni ’70 infatti nel seguito delle partite di calcio non c’era un settore del pubblico più acceso e un settore più tiepido. Le due tipologie si mescolavano allegramente in tutto lo stadio, ma alla fine risultava che tutto lo stadio dava un sostegno forte e unitario contagiando anche i tiepidi; i cori venivano da 360° in stereofonia e non solo come adesso dal lato corto dietro a una porta (a Venezia come in tutta Italia, sia chiaro). C’era insomma una festa di bandiere e di sonorità dappertutto.

In Inghilterra dopo la funesta fase degli hooligans si è riproposto questo modello che è risultato vincente, se è vero che lassù gli spettatori sono molto più numerosi che in Italia. Andare dunque verso una formula di sostegno pacifico, forte corale e unitario in una piazza rinnovata come quella veneziana può realmente costituire un valore aggiunto decisivo. La cosa è possibile e qui si deve saper muovere (ancora una volta) la società.