GRANDE FESTA IN CAMPO S. MARGHERITA

22 luglio 2010

VeneziaUnited

VeneziaUnited


LA CITTA’ INCONTRA LA SQUADRA DEL FBC UNIONE VENEZIA, SI RACCOLGONO LE ADESIONI E LE SOTTOSCRIZIONI A VENEZIAUNITED

GIOVEDI’ 22 LUGLIO DALLE ORE 18,30 / SPRITZ PER TUTTI

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Stefano Faccendini (SD) su VeneziaUnited

Contributo di Stefano Faccentini di Supporters Direct in merito alla public company VeneziaUnited

Non ricordo chi abbia detto che “se vuoi vedere un arcobaleno prima devi sopportare la pioggia” ma si adatta molto bene alla situazione dell’Unione Venezia.

Se oggi l’arancioneroverde può splendere sotto il sole di questa estate torrida con speranza e ottimismo, lo si deve all’intervento di tutti coloro che hanno a cuore il futuro della squadra. Non sono pochi quelli che storcono il naso, le persone che non si entusiasmano per un campionato tra i non professionisi, tra i dilettanti della Serie D. Probabilmente c’è chi ha sognato fino all’ultimo un investitore straniero che potesse salvare la situazione e garantire alla formazione lagunare un palcoscenico più degno della sua storia e tradizione.

Ma avrebbe rimandato soltanto il problema. Sono situazioni già sperimentate, esperienze tristemente già vissute. L’entusiasmo registrato delle iniziative targate Venezia United sa di nuovo, sa di futuro, sa di passione.

Soltanto il 16 luglio scorso una società di Serie B e 20 di Lega Pro sono fallite, scomparse, radiate, retrocesse, respinte. Non penso molto al loro titolo sportivo ma alla gente che le segue, al senso di vuoto, di impotenza, di sconforto e di ingiustizia che devono sentire in questi giorni. Perché noi? Come è stato possibile? Ecco, quanto si sta facendo a Venezia è un tentativo per non trovarsi mai più in quella stessa situazione, per non farsi più quelle domande.

Se da una parte le società minori vengono lasciate sole e libere di fallire, dall’altra la Serie A decide di staccarsi anche dalla B, nel tentativo di limitare al massimo la fuoriuscita di denaro dalla ristretta cerchia dei 20 club di vertice. In un momento di crisi nera per il calcio italiano, piuttosto che tendere una mano si è dato un bel calcio nel sedere a chi necessitava aiuto.

Dopo anni in cui i presidenti delle società più importanti hanno guardato con la bava alla bocca il modello della Premier League, finalmente sono riusciti a creare la loro brutta copia. Aiutati spesso da una stampa tanto disinformata quanto parziale e da un governo irresponsabile, hanno promosso il loro modello inglese fatto di avidità, di repressione e  di annientamento del mondo del tifo.

Usando i soliti stereotipi, ma senza che nessuno ne andasse a controllare la veridicità, si guardava sempre al campionato d’Oltremanica citando gli stadi pieni, le famiglie, i bambini, l’atmosfera di festa. Le parole magiche sempre le stesse: “riportiamo le famiglie allo stadio.” E’ ora di sfatare alcuni di questi luoghi comuni o, almeno,  cercare di dare un’altra lettura dello stesso fenomeno.

In Inghilterra, causa disastri causati NON dai tifosi ma da chi dovrebbe garantire loro delle condizioni minime di sicurezza negli impianti una volta pagato il biglietto, tutti gli stadi delle serie professionistiche furono stati trasformati in arene con soli posti a sedere. Negli anni i prezzi dei biglietti cominciarono a crescere talmente tanto che ben presto quello che era lo sport della “working class” diventò piuttosto da “middle-upper class”.

Il tifoso di una volta semplicemente non poteva più permettersi di andare allo stadio in Premier League, di sicuro non poteva permettersi di fare l’abbonamento o di portare con se i figli. Fu sostituito da un nuovo tifoso, un tifoso post Nick Hornby che si siede programma in mano e hot dog nell’altra. Un tifoso da merchandising ufficiale, da birra e nachos nell’intervallo, un tifoso che non canta ma critica. Un cliente che vuole essere soddisfatto dal prodotto per cui ha pagato una cifra esorbitante. Atmosfera? Ci pensa l’altoparlante, la musica, lo speaker.

E questo è ciò che vogliono copiare anche in Italia, magari con un quindicina d’anni di ritardo. Si cerca di far passare questo concetto di stadio di proprietà polivalente con cinema, palestre, hotel, centri commerciali, sale per eventi all’interno dello stesso complesso o nelle immediate vicinanze, come una grande idea, come un vantaggio per i tifosi. Perché?

E’ la stessa cosa che dicono quando una nazione si aggiudica l’organizzazione di un evento sportivo rilevante come Europei, Mondiali, Olimpiadi. Il turismo, gli sponsor, sembra una manna dal cielo. Chiedetelo alla Grecia, chiedetelo a chi non può fare neanche più la spesa, a chi ha visto sparire dall’oggi al domani in banca i risparmi di una vita che cosa pensa del nuovo velodromo o del nuovo stadio della Pallavolo.

Il modello inglese da esportare non è questo. Non è quello dove il reddito di un tifoso è più importante della sua passione. Non è quello in cui anche molti tra quelli che si spacciano per miliardari riempiono solo di debiti i club che acquisiscono a cuor leggero camminando su un tappeto rosso sroltolato con eccessiva fretta anche da tifosi troppo impazienti di vincere (a fine stagione 2007/08 la Premier aveva debiti per 3.1 miliardi di sterline).

Nonostante il calcio inglese dal 1992, anno di nascita della Premier League, sia stato una macchina da soldi, 54 club sono entrati in procedure concorsuali con il Portsmouth, al termine della stagione scorsa, primo club della massima serie a fallire. Ma lo si vuole imitare lo stesso.

Questo non può essere il futuro. Di sicuro il non il futuro del calcio. L’unico vero modello inglese, ignorato per anni e anni, è quello esportato da Supporters Direct a accolto con entusiasmo dai tifosi dell’Unione. Un modello in cui chi ama la propria squadra di calcio non potrà più essere escluso dalle decisioni che la riguardano. Un modello in cui il club si riappropria di un ruolo e di una identità cittadina, come espressione della città che rappresenta. Un modello in cui l’orgoglio per aver raggiunto qualcosa con le proprie forze è più grande di qualsiasi vittoria.

Se è vero che solo i tifosi possono fare grande una squadra la FBC Unione Venezia non ha mai avuto occasione migliore.

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Venezia United, già 400 iscritti

La Nuova di Venezia – 18 luglio 2010 pagina 40 sezione: SPORT MESTRE.
Scatta domani la campagna adesioni di Venezia United, iscritti che sono passati da 200 a 400 attraverso una sorta di campagna a domicilio, e da domani si potrà utilizzare la fitta rete attivata dai club in questa prima fase. Dall’inizio di agosto partirà invece lo Sportello on line al quale si potrà accedere collegandosi al sito www.veneziaunited.com. Questi sono i punti attivati da Venezia United: club Pattuglia Arancioneroverde, bar alla Chiesa,
via Cimetto 24 (Santa Barbara), a Mestre (lunedì, mercoledì e venerdì dalle 11 alle 12), Venezia Club Campalto e Primo Amore, bar Jolly, piazzale Zandiri 24, Villaggio Laguna, Campalto (dal lunedì al venerdì, dalle 16 alle 19), Venezia Club Preganziol (presso il circolo, giovedì dalle 17.30 alle 18.30), Arbor Boutique, viale Santa Maria Elisabetta 10, Lido di Venezia (orario negozio), Club Neroverde alla Vigna, Venezia (giorni feriali, dalle 10 alle 13), Club Catene (dalle 9 alle 20), Venezia Club Jesolo (venerdì e sabato, dalle 20 alle
22), Club I Dogi, Giudecca e Sacca Fisola (dalle 16 alle 20), Club Neroverde (dalle 11 alle 12, dalle 18 alle 19), Compo o Pozzi Bar dae Fie, Castello, Venezia (tutti i giorni, dalle 9 alle 2 di notte), Bar Verdi, via XXIV maggio 38, Mogliano Veneto (tutti i giorni dalle 9 alle 24), Bar da Silvia e Chiara, piazzale della Concordia, Marghera (dal lunedì al venerdì, dalle 6 alle 21), tabaccheria di Dragone Marcello, via San Donà, Mestre (dal lunedì al sabato, dalle 7.45 alle 13 e dalle 15.30 alle 19.45).
(m.c.)

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CORRIERE DEL VENETO DEL 17/07/2010

Pianu: “Io riparto dalla D a Venezia c’è gente seria”

Nuova avventura per il difensore. Public company, soci raddoppiati

Venezia – Porta con sé l’esperienza di 313 presenze tra i professionisti, oltre 200 in serie B: William Pianu, difensore centrale classe 1975 cresciuto nelle giovanili della Juve con un certo Alessandro Del Piero (“Abbiamo vinto tutto, ma lui faceva soltanto le partite”), è probabilmente il colpo di mercato più importante del Venezia disegnato dal ds Andrea Seno.
Anche se non c’è ancora la firma, dal momento che formalmente è ancora legato al Gallipoli – società che tuttavia sarà cancellata a giorni dal calcio professionistico – può considerarsi a tutti gli effetti il nuovo pilastro della difesa arancioneroverde. “A meno che – scherza – non mi chiami una squadra che fa la Champions League, tipo il Bayern Monaco…”.
Pianu, che ammette di sentire il peso dell’età, ha scelto Venezia per un motivo ben preciso: “Sto a Zelarino, ma è un dettaglio: al Venezia non puoi dire di no per il blasone della squadra, per una città unica al mondo e per la serietà di una società che tutti mi hanno detto ambiziosa, con margini di crescita e puntuale nei pagamenti”.
E dopo le esperienze a Trieste, Treviso e Gallipoli, per altro non sempre positive, Pianu è pronto a mettersi in gioco in serie D: ”Seno mi è sembrato una persona molto seria, come del resto sono io; in tanti anni di professionismo, nessun problema con un allenatore”. Il nuovo mister arancioneroverde, Enrico Cunico, potrà insomma utilizzarlo a piacimento: “Sono in centrale, ma per necessità ho giocato spesso a destra oppure addirittura a centrocampo; quello che mi interessa dire è che non ci saranno problemi se, nel caso la mia forma non sia al top, dovessi finire in panchina”. Insomma, il giocatore perfetto per questo Venezia mix di vecchie volpi e giovani di carattere: la firma, Gallipoli permettendo, è attesa entro domenica.
E intanto, sul fronte societario, inizia a muoversi l’Associazione Venezia United: lunedì infatti comincia ufficialmente la campagna adesioni 2010. L’iniziativa dell’azionariato popolare ha avuto talmente successo che l’associazione è stata subissata di richieste e i duecento soci fondatori sono quasi raddoppiati, grazie all’attivazione di alcuni volontari che hanno messo in piedi un efficiente servizio di “adesioni a domicilio”.
Da lunedì scatta la campagna vera e propria: i tifosi e i simpatizzanti potranno rivolgersi alla rete dei club che si sono attivati, mentre ad agosto partirà lo sportello on line al sito www.veneziaunited.com versando la quota di adesione con PayPal, bonifico o vaglia.
Si sta studiando infine la possibilità di potersi iscrivere anche in negozi convenzionati: l’obiettivo è quello di entrare con un consistente pacchetto di quote nella società attualmente nelle mani di Enrico Rigoni entro la fine della stagione, sul modello di quanto succede a Barcellona.

Andrea Saule. RIPRODUZIONE RISERVATA
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AVVENIRE del 16/07/2010

INCHIESTA

Ora è il tifoso che si prende la squadra

Per salvare il calcio in crisi scendono in campo direttamente i tifosi. Esasperati da retrocessioni e fallimenti, stanchi di vedersi rompere il giocattolo dal presidente senza scrupoli di turno, hanno deciso di metterci faccia, cuore e soprattutto soldi. È il fenomeno dell’estate calcistica post Mondiale: un po’ ovunque sorgono gruppi di azionariato popolare per salvare il club della propria città. Succede a Mantova, Livorno, Cava dei Tirreni, e da tempo un’iniziativa simile era stata lanciata a Roma, sponda giallorossa.

I primi a pensarci sono stati però i veneziani, sfiniti da due fallimenti in quattro anni che hanno fatto sprofondare la squadra in serie D. Proprio per scongiurare ulteriori disastri è nato “Venezia United”. Duplice l’obiettivo: raccogliere fondi per il club e riaccendere una passione popolare ridotta ai minimi termini da anni di amarezze. A giudicare dai numeri, la strada è quella giusta. «Finora abbiamo raccolto duecento adesioni, ma i moduli distribuiti sono circa settecento – spiega Franco Bacciolo, uno dei promotori dell’iniziativa -. L’obiettivo è mettere insieme almeno 300 mila euro da destinare all’aumento di capitale della società».

In cambio, i tifosi avranno un loro rappresentante nel consiglio d’amministrazione. «L’idea di fondo è quella di avere voce in capitolo e allargare la base partecipativa, per evitare di avere un uomo solo al comando. Contiamo di coinvolgere anche le piccole aziende e in prospettiva anche quelle più grandi. Ma la vera protagonista sarà la società civile: tra i nostri soci ci sono giudici, assessori e persino il vicesindaco».

Una vera rivoluzione per il mondo del pallone, da sempre legato al modello autoritario del presidente-padrone che fa e disfa a seconda dell’umore e del portafoglio. «Non vogliamo più finire nelle mani di avventurieri come accaduto in passato», avvisa Bacciolo. Decisivo si è rivelato il sostegno ricevuto da Supporters Direct, un’associazione fondata dal governo inglese che favorisce la partecipazione popolare nella proprietà e nella vita dei club.

«A differenza dell’Italia, in Inghilterra e in Europa ci sono molti esempi», sottolinea Bacciolo. Il più… ruspante è quello dei tifosi dell’Union Berlino, che nel 2008 decisero di ristrutturare con le loro mani il vecchissimo stadio, portando la capienza da 22 mila a 30 mila posti. In duemila al sabato erano sugli spalti a tifare, la domenica tornavano con carriola e cazzuola.

Se la squadra è patrimonio di tutti, in fondo è giusto che tutti se ne prendano carico. È questo il concetto che segna la svolta e che anche a Mantova hanno afferrato al volo. Dopo il fallimento nell’anno del centenario e l’uscita di scena del presidente Fabrizio Lori, il titolo sportivo è finito nelle mani del Comune, che l’ha assegnato al nuovo patron Bruno Bompieri. Ad affiancarlo ci sarà il “Mantova United”, l’associazione di tifosi che si farà carico del settore giovanile. Già 350 le adesioni, si potrà versare una quota da 100 euro in su. Anche in questo caso, il popolo avrà un seggio nella stanza dei bottoni.

Gli esempi spuntano un po’ in tutta Italia: a Cava dei Tirreni i tifosi hanno dato vita a “Sogno Cavese”, raccogliendo quasi 200 mila euro per aiutare la squadra ad iscriversi al campionato. Ci stanno pensando anche a Livorno e Roma, dove l’associazione MyRoma ha già acquistato a titolo simbolico 1.000 azioni del club giallorosso, in attesa di sapere chi sarà il nuovo proprietario.
Prima dell’avvento di Antonio Percassi, persino a Bergamo avevano accarezzato l’idea. L’azionariato popolare è visto come l’unica via possibile anche nel basket: i tifosi bolognesi della Fortitudo si sono uniti nell’associazione “Per amore, solo per amore”, nome che la dice lunga sullo spirito con cui sono stati raccolti finora più di 270 mila euro. La somma dovrà servire a tenere in vita il blasonato club, travolto dalle difficoltà economiche: la crisi è andata anche a canestro.

Il modello ideale di riferimento, è quello del Barcellona, dove i proprietari sono gli stessi tifosi. In Italia non c’è nemmeno bisogno di arrivare a tanto: ci si accontenterebbe di molto meno, ovvero sedersi accanto a colui che regge il timone. Per tenerlo d’occhio e impedirgli manovre che portino al naufragio.

Marco Birolini

Copyright 2010 © Avvenire

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