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REPUBBLICA “Dove finirà il calcio? Prospettive e rischi dopo il caso Neymar, le possibili soluzioni”

Le follie del calciomercato globale, al centro dell’attenzione dell’opinione pubblica mondiale dopo la stratosferica offerta del Psg per Neymar, sono il tema del giorno su numerosi quotidiani. Dalle pagine domenicali di Repubblica pubblichiamo un interessante approfondimento di Matteo Pinci ed il commento di Gianni Mura. Due pezzi da leggere assolutamente per provare a capire dove sta andando il calcio…

 

DIETRO IL CASO NEYMAR I 500 milioni del Psg per il brasiliano i 4 miliardi dell’Europa in calciatori: un sistema retto da tv e marketing

Spendere quanto il Pil delle Figi l’estate che ha cambiato il calcio

di Matteo Pinci

Entro un paio di giorni, Neymar firmerà. Non per il Psg però. Ma per diventare l’uomo immagine di una società qatariota. L’estate 2017 passerà alla storia come il momento in cui cambiò il calcio mondiale. Un’estate in cui – a un mese dalla fine delle trattative si stima che l’Europa arrivi a spendere più di 4 miliardi di euro, più o meno il Pil delle Figi. Il Barcellona si sente scippato e denuncia il Psg all’Uefa sostenendo che nessun club può permettersi un affare simile. Ma i 222 milioni della clausola – tasse escluse che porteranno O Ney in Francia li pagherà la Qatar Sports Investments, ufficialmente per affidargli la promozione dei Mondiali 2022. Lo stipendo vero e proprio lo prenderà invece dal Psg, che così potrà dribblare pure i paletti del Fair Play Uefa. Ma per il Psg Neymar vale quella follia. E altre arriveranno con un effetto domino: per lo juventino Dybala, conteso da Barça e Real. Come per il francese Mbappè: giocatori da 150 milioni in su. Che studiano esultanze e numeri di maglia. Aziende.

La marcia all’affare del secolo inizia nel 2013 con il crollo del muro dei 100 milioni: il Real ne spende 101 per avere Bale e l’estate successiva supera lo United nella vendita di magliette da calcio nel mondo. Il mercato britannico delle divise era sin lì ostile ai Blancos: molto meno, dopo l’arrivo del colosso gallese. Il gioco funziona, arriva anche l’attesissima “decima” Champions. L’estate dopo si tenta il bis con il colombiano James Rodriguez: un portale sul mercato sudamericano da 80 milioni, ripagati dai 33 che porterà la commercializzazione della sua maglia numero 10. Anche se a sorriderne è soprattutto l’Adidas che la produce. La stessa che nel 2016 può benedire il trasferimento più costoso di sempre: 105 milioni e Pogba uno dei suoi principali assistiti va al Manchester Utd, partner commerciale a cui versa 98 milioni all’anno. Tre icone, l’una legata all’altra, che finiscono per trainarsi a vicenda sfruttando tv e social. Non a caso la maglia di Pogba a fine anno diventa la più venduta della Premier, con nuovo sorpasso sul Real in termini di vendite. Tappe sempre più ambiziose regolarmente ripagate sul piano commerciale, niente affatto secondario. A far impazzire le spese delle inglesi, i diritti tv triplicati negli ultimi dieci anni. Solo nell’ultimo anno la Premier ha aumentato i propri incassi da 3,7 a 4,3 milioni. Presto sfiorerà i 5. A cambiarne la storia fu una rivoluzione filosofica. La data è il 12 luglio 2001: lo United di Ferguson annuncia l’arrivo dalla Lazio di Veron, il primo ”top player” straniero, all’apice della carriera, a scegliere l’Inghilterra.

Neymar aprirà una nuova frontiera anche al Psg. È lui, nel mondo, «l’atleta più commercializzabile », come da studio del 2014. Ha fondato una galassia di società gestite da una holding: ha a libro paga avvocati, esperti marketing, consulenti finanziari. È l’unico calciatore al mondo a incassare più dagli sponsor che dall’attività sportiva, il 61%: le aziende – Nike, Gillette, Red Bull, Beats Electronics, Volkswagen lo preferiscono persino a Messi e Ronaldo, non fosse altro perché il suo bacino d’utenza non è l’Argentina o il piccolo Portogallo, ma i 200 milioni di abitanti del Brasile. A cui aggiungere la platea virtuale, 170 milioni di follower tra instagram, facebook e twitter. «Il nostro brand è più popolare grazie a lui», sostengono alla Panasonic. Nei primi due mesi al Barça il club ha venduto 250mila maglie con il suo nome, incassando 21,5 milioni. O facendoli incassare a Nike. Che, ovvio, firma pure le divise del Psg (oltre a quelle del Brasile). Di più: a Parigi 8 dei 13 giocatori più importanti calzano scarpe con il “baffo” della casa di Beaverton, compreso il neo acquisto Dani Alves: quasi un “acconto” sull’arrivo di O Ney. Di divise però i francesi ne vendono “solo” 530mila: perché la cifra s’impenni, da oggi, ci sono 222 milioni di motivi.

La via del modello americano per salvare spettacolo e affari

di Gianni Mura

Neymar al Psg: una manovrina sui 580 milioni di euro così ripartiti: 222 al Barcellona, clausola di rescissione, circa 20 di tasse allo Stato francese, 300 lordi al giocatore per un ingaggio quinquennale a 30 milioni a stagione (al Barça erano 11: già troppi), più una quarantina a Neymar padre perché sì, perché è il suo procuratore e dovrà pur mangiare anche lui, qualcosa da Raiola avrà imparato. In apparenza stiamo parlando di calcio, ma questo non è calcio. Qualcuno la chiamerà follia, qualcun altro calcolerà il numero di ospedali che con questa cifra si potrebbero costruire, o dire che con questa cifra si poteva risanare l’Atac o far bere un buon brodo all’Alitalia.

Lasciamo stare, evitiamo le secche del moralismo, che peraltro sarebbero giustificate in stretta chiave pallonara. Maradona costò al Napoli 13 miliardi di lire (oggi, più o meno, 16 milioni di euro). Matthaeus all’Inter 8, Platini alla Juve un miliardo (sempre di lire) scarso. Cos’ha di speciale Neymar per costare 40 volte Maradona? Nulla, nada, rien. È un buon giocoliere, rissosetto alquanto, con intelligenza calcistica non eccelsa. L’emiro Al Khelaifi, mente e banca della manovrina, ha detto che anche per queste operazioni passa un’immagine politica del Qatar. Che sarebbe migliore, mi creda, se nei ritagli di tempo si occupasse anche delle condizioni di vita e di lavoro dei tanti operai venuti dal Nepal e dal Bangladesh a costruire gli stadi del Mondiale e che hanno il cattivo gusto di morire in quel paradiso capace di organizzare una corsa ciclistica senza spettatori.

Neymar al Psg è, semplicemente, un’esibizione di ricchezza e di potere. Come comprarsi un Van Gogh o un Picasso, ma con un’eco assai più vasta. Da un po’ il calcio è uscito dagli stadi, tanti dettagli ce lo dicono. Per esempio, chi aveva fama di bad boy faceva fatica a trovare un ingaggio, mentre oggi si fa la coda alla loro porta. Dov’è la logica? I costi seguono una logica di mercato (frase classica). Sì, ma è un mercato impazzito, in mano ai procuratori che faranno il loro mestiere (come i boia, del resto) ma intanto, complici club, calciatori, tifosi, informazione, hanno svuotato il calcio da quello che lo rendeva almeno parente di altri sport: la passione, per cominciare. Il cuore, l’anima. Con Neymar si acquista una griffe, un personaggio molto mediatico. Farà vendere milioni di magliette, ostenterà sui social network l’amata famiglia, la madre che ogni giorno prega Dio perché il figlio abbia una bella vita (fin qui c’è poco da lamentarsi), le donne, i tatuaggi, il figlio, insomma tutto quel che serve ad avere 60milioni di like su Facebook e 70 milioni di followers su Instagram. Ma non confondiamo il valore con il cartellino del prezzo. Quello è il costo. Federica Pellegrini, Valentino Rossi, Roger Federer, o più indietro Pietro Mennea, Sara Simeoni, Josefa Idem valgono molto più di Neymar.

Noi pensiamo che i soldi che girano nel calcio siano come quelli del Monopoli, per via Dante o Parco della Vittoria. No, sono veri. Anche quelli riciclati sono veri. Nel calcio da qualche anno gira uno strano uccello che si chiama fairplay economico: appena si posa su un ramo gli sparano, cioè lo aggirano. Non è molto protetto. Il calcio internazionale è diventato un Far West senza sceriffi, ogni po’ una piccola modifica che riguarda gli arbitraggi, e solo quelli. Pannicelli caldi a un malato che sta schiattando, che vive o sopravvive sui proventi tv e non è capace di prendere l’unica seria decisione, l’unico argine al caso-Neymar e a quelli che verranno. Salary cap, come negli sport professionistici Usa. Che non sono certo un paese marxista, ma stanno molto attenti alle disparità economiche. Lì, i dirigenti si preoccupano di varare squadre competitive rispettando integralmente i patti. A loro interessano la bellezza dello spettacolo, l’incertezza del risultato, le regole del gioco, e anche il botteghino, ma non solo quello. In un calcio che non è un gioco e dove le regole sono fatte per essere aggirate, sembra un discorso fantascientifico, ma qualcosa si può o si deve fare, prima che Ricchi e Poveri indichi non un gruppo musicale ma due campionati diversi in Europa, il primo dipendente da emiri, petrolieri, miliardari russi o cinesi, il secondo da squadre non cresciute a colpi di fantastiliardi. In memoria di Paolo Villaggio penserò al commento di Fantozzi. Senza scriverlo.

Rep300717