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REPUBBLICA: «Tacopina, il “futurista”, che vuole traghettare Venezia nella modernità»

Il trionfo degli arancioneroverdi “sbarca” su Repubblica. Il maggiore quotidiano italiano, dopo quella sul Foggia altra neopromossa, dedica all’Unione una pagina a cura di Andrea Sorrentino. I grandi progetti “firmati” da Joe Tacopina trovano sponda e tante certezze nell’articolo che pubblichiamo di seguito:

Le città che vincono/2

Tre fallimenti in 15 anni, la B che mancava dal 2005, il ritorno con il fondo Usa di Tacopina. “Lo stadio nuovo entro il 2020”

Venezia, sentirsi un po’ il Real “Siamo un brand, presto in A”

di Andrea Sorrentino, inviato a Venezia

Qui si va ancora allo stadio in battello, come cent’anni fa. E in certe giornate brumose che fanno tanto laguna, dopo aver schivato quei grattacieli delle grandi navi veloci che sollevano onde e soprattutto fango, appare in lontananza il vecchio “Penzo”, l’impianto in attività più antico d’Italia dopo il “Ferraris” di Genova, e sembra che spunti dall’isolotto di Sant’Elena come il castello del conte Dracula, fosco, spettrale, cadente. Lentamente, come tante cose veneziane, la storia cambierà. È dagli anni ‘50 che si parla di nuovo stadio. Adesso Joe Tacopina ti guarda dritto negli occhi, ti stringe la mano in una morsa di entusiasmo yankee: «Lo facciamo. Hundred percent». Al cento per cento Venezia lo avrà, garantisce l’avvocato di New York, presidente del club dall’estate del 2015 dopo le esperienze da dirigente a Roma e Bologna. Festeggia il doppio salto: dalla D alla B in due stagioni, come negli ultimi sessant’anni solo a Mantova, Pescara e Treviso.

E mercoledì scorso anche la Coppa Italia di categoria. Del resto la squadra allestita da Giorgio Perinetti, dirigente di lungo corso e artefice del doppio salto, era strutturata per salire (Venezia e Parma favorite, ma il Parma ha speso di più), e anche l’idea di aver messo in panchina Pippo Inzaghi, reduce dal disastro al Milan, si è rivelata vincente, anche se a Tacopina non sono piaciute certe prudenze tattiche, ma ne parleranno: Pippo ha un altro anno di contratto, poi nel calcio nulla è certo. Ora, nemmeno due anni dopo il terzo fallimento dal 2002, il Venezia pensa in grande. Ancora Tacopina: «Il nostro è un programma di cinque anni: porteremo il club al top del calcio italiano. Primo obiettivo centrato: serie B in due anni. Entro altri due al massimo, la serie A».

Due estati fa, qui non era rimasto niente. L’ultimo investitore, il russo Yuri Korablin, sparisce alla fine dell’inverno 2015 e si rende irreperibile. La squadra si salva in LegaPro ma a giugno 2015 il Venezia è tutto in quattro persone, più tre del settore giovanile, in attesa di qualcosa, forse della fine: ora sono ancora qui a raccontarla il direttore generale Dante Scibilia, il segretario Davide Brendolin e l’addetta stampa Veronica Bon, i reduci. Poi all’improvviso, un misterioso fondo americano dietro cui c’è Tacopina, e si riparte dalla serie D. E lì nasce il miracolo, come racconta Scibilia: «Il presidente è la nostra fortuna, pensa sempre in grande. Eravamo in D ma ragionavamo già come un club di A. La squadra saliva i gradini e noi ci strutturavamo. Ora abbiamo un merchandising che nessuno ha ai nostri livelli, vendiamo in tutto il mondo. Stiamo aprendo scuole calcio a Shanghai, in Irlanda, a New York». L’idea è stata quella di veicolare l’immagine di Venezia, hanno cambiato il logo del club, mettendoci l’alato Leone Marciano: «È uno dei primi dieci brand al mondo», gongola Tacopina, che ha come faro l’organizzazione del Real Madrid, infatti è già andato a colloquio coi dirigenti spagnoli: «È il primo club nel pianeta. I suoi tifosi sono al 3% in Spagna, l’altro 97% nel resto del mondo». Nel frattempo decolla il progetto dello stadio, che poi è la base di tutto, a Tessera, di fianco all’aeroporto, su cui si sono arenati tutti, Zamparini compreso. Stavolta c’è un sindaco favorevole, Luigi Brugnaro, e pare si possa partire, dice Scibilia: «I tempi sono maturi, ci sono tutte le condizioni. Ci vorrà un anno e mezzo per l’iter amministrativo, dopo la gara per l’assegnazione dell’appalto si inizierebbe a costruire fra due anni. Obiettivo: prima partita nel 2020».

Stadio da 22mila posti, per il quale il Venezia si sta affidando a chi ha costruito lo Juventus Stadium («Cerchiamo di modellarci sui migliori, e la Juve in Italia è avanti a tutti») e del quale si è favoleggiato di un tetto in vetro di Murano, ma Tacopina smentisce: «Sarebbe impossibile. Ma Murano entrerà in qualche modo nel nuovo stadio». E intorno un “retail park”, una simulazione di realtà urbana, un quartiere da vivere con ristoranti e bar ma anche hotel e centro medico, o abbigliamento con marchi non globalizzati. Nel frattempo, la squadra dovrà marciare. Il ds Perinetti ha vinto gli ultimi tre campionati di B a cui ha partecipato (col Siena e col Bari di Conte, col Palermo di Gattuso-Iachini), sa che potrà contare su un budget di circa 15 milioni e che ci vorranno sei o sette giocatori per affrontare la B come si deve: a giorni l’incontro con Tacopina per pianificare. Occhio al vivaio, ben diretto da Matteo Collauto. Paolo Poggi, veneziano ed ex gloria dell’Udinese, cura i rapporti internazionali, ancora minimi, ma cresceranno. Tutto qui crescerà. Basta battello, basta lentezze insostenibili. È ora che Venezia si senta una città come tutte le altre. Ammesso che possa esserlo davvero.